L’impatto dell’Ets sul settore chimico: rischi e opportunità per gli investimenti
L'Ets potrebbe erodere gli investimenti nel settore chimico, con un aumento dei costi previsto fino a 1,5 miliardi di euro all'anno.
In Breve
- Qual è l'impatto dell'Ets sul settore chimico?
- L'Ets potrebbe aumentare i costi per le imprese chimiche fino a 1,5 miliardi di euro all'anno, erodendo gli investimenti.
- Quali sono le principali preoccupazioni delle aziende chimiche?
- Le aziende segnalano la concorrenza cinese, gli oneri delle politiche UE e i conflitti internazionali come rischi significativi.
- Qual è la previsione per la produzione chimica in Italia?
- Si prevede una contrazione della produzione chimica nel 2026, con un lieve recupero nel 2027.
Il settore chimico europeo si trova di fronte a una sfida significativa a causa dell’aumento previsto dei costi legati all’Emissions Trading System (Ets). Attualmente, il costo per le imprese è di circa 600 milioni di euro, ma si stima che possa salire fino a 1,5 miliardi di euro all’anno. Questo incremento rappresenta una risorsa che verrebbe sottratta agli investimenti necessari per la crescita e l’innovazione nel settore.
Accanto all’Ets, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) si applica a materie prime e prodotti ad alta intensità di carbonio, ma non è ancora esteso ai prodotti finiti. La complessità di tali meccanismi e i dubbi sulla loro efficacia pongono interrogativi sul futuro della produzione chimica in Europa.
Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha evidenziato le asimmetrie regolatorie e le difficoltà che le aziende italiane affrontano rispetto ai competitor internazionali. Per affrontare queste sfide, Buzzella ha indicato tre pilastri critici: la revisione dell’Ets, una politica energetica di sicurezza e diversificazione, e una strategia industriale per la decarbonizzazione.
Secondo Federchimica, l’Ets attuale rappresenta l’intero budget del settore per la ricerca e sviluppo. Un aumento dei costi costringerebbe molte imprese a ridurre gli investimenti o addirittura a delocalizzare la produzione. Uno studio commissionato a Roland Berger per Cefic ha rivelato che, tra il 2022 e il 2025, la chiusura di impianti ha portato a una riduzione del 9% della produzione europea e a un calo del 90% degli investimenti nel comparto.
Un’indagine su 100 aziende associate ha mostrato che il 27% intende ridurre gli investimenti, con un 7% che prevede una riduzione significativa. Al contrario, il 23% delle aziende prevede un aumento degli investimenti, con priorità su digitalizzazione, efficienza operativa e ricerca.
In Italia, il settore chimico ha già registrato una perdita del 13% della produzione rispetto al 2021, e le chiusure hanno aumentato la perdita di capacità produttiva, equivalente a 37 milioni di tonnellate, pari al 9% della capacità europea. Le previsioni indicano una contrazione della produzione chimica italiana nel 2026 e un lieve recupero nel 2027.
Le aziende segnalano diversi rischi, tra cui la concorrenza cinese, i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, e gli oneri delle politiche europee su sicurezza, salute e ambiente. Inoltre, il 30% delle imprese lamenta penalizzazioni legate al sistema Italia, come inefficienze burocratiche e fiscali.
Dal punto di vista energetico, le aziende italiane si trovano in una situazione critica, con i prezzi del gas europei circa 3,3 volte superiori a quelli statunitensi. L’aumento dei costi energetici ha un impatto duplice, sia per l’approvvigionamento che per gli oneri legati alla decarbonizzazione.
Nonostante la necessità di una transizione verso un’industria decarbonizzata, le imprese chiedono strumenti che incentivino gli investimenti e una revisione dell’Ets. È fondamentale proteggere le filiere industriali per evitare la perdita di capacità produttiva e occupazione. Va ricordato che il settore chimico ha già compiuto progressi ambientali significativi, con una riduzione delle emissioni di gas serra del 70% dal 1990, ma costi e oneri eccessivi potrebbero compromettere la competitività e la sopravvivenza delle imprese.
