Contesa legale sull’area a caldo dell’ex Ilva: Acciaierie d’Italia contro cittadini di Taranto
In corso una battaglia legale tra Acciaierie d’Italia e i cittadini di Taranto riguardo alla fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva, con importanti implicazioni per la salute pubblica e l'occupazione.
In Breve
- Qual è il motivo della contesa legale?
- La contesa legale riguarda la fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva disposta da un decreto della Corte d'Appello di Milano.
- Cosa sostiene Acciaierie d'Italia?
- Acciaierie d'Italia sostiene che le condizioni per la ripresa dell'area a caldo non sono realizzabili entro 90 giorni.
- Quali sono le conseguenze per i lavoratori?
- Circa 2.500 licenziamenti collettivi sono stati annunciati da 28 imprese associate ad Aigi.
La situazione attorno all’ex Ilva di Taranto si fa sempre più complessa, con una contesa legale che coinvolge Acciaierie d’Italia e i legali che rappresentano i cittadini locali e l’associazione Genitori Tarantini. Al centro della disputa c’è il decreto della Corte d’Appello di Milano che prevede la fermata dell’area a caldo dell’impianto, una misura che dovrà essere attuata entro la fine di ottobre, ossia 90 giorni dal 27 luglio scorso.
Il 9 settembre è fissata a Milano un’udienza per esaminare le istanze di sospensiva presentate da Acciaierie d’Italia e da Ilva, che hanno impugnato il decreto anche in Corte di Cassazione. Gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che rappresentano i cittadini, sostengono che la concessione della sospensione richiede la dimostrazione della gravità e dell’irreparabilità del danno, argomentando che nel caso specifico non sarebbe provato il requisito della gravità.
In particolare, contestano l’affermazione dell’azienda secondo cui le precedenti fermate avrebbero dimostrato il rischio di compromissione irreversibile. Ricordano che gli altiforni e le cokerie sono stati fermati e poi riavviati, e nel caso delle cokerie, un fermo prolungato di oltre otto mesi non ha impedito la produzione di acciaio grazie all’approvvigionamento di coke sul mercato. Questa situazione, secondo gli avvocati, evidenzia una scelta di privilegiare il profitto a scapito della salute pubblica, poiché le cokerie sono responsabili di emissioni nocive come benzene e IPA, tra cui il benzoapirene.
Acciaierie d’Italia ha risposto che i precedenti casi non sono paragonabili, poiché in passato gli altiforni sono stati mantenuti in condizioni di conservazione tramite il riscaldo dei cowper, un’operazione che il decreto attuale impone di non adottare. Inoltre, l’azienda sottolinea che le cokerie erano state fermate nell’ambito di un procedimento tecnico e autorizzativo con il Ministero della Transizione Ecologica (Mase) che ha consentito misure di conservazione.
Secondo Acciaierie d’Italia, il decreto subordina la ripresa dell’area a caldo a due condizioni difficilmente realizzabili entro 90 giorni: la completa rimozione dell’amianto presente nei cowper e la risoluzione delle problematiche relative alle concentrazioni ambientali di PM10 e PM2,5. L’azienda stima che ci siano circa 1.690 tonnellate di materiale confinato in sette dei dodici cowper, e descrive l’intervento di rimozione come equivalente a un rifacimento integrale dei cowper, con tempi tecnici stimati di almeno un anno.
Acciaierie d’Italia aggiunge che nel comparto siderurgico europeo non esistono BAT Conclusions o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano limiti di emissione per PM10 e PM2,5, e che la definizione di tali limiti richiederebbe un procedimento di riesame dell’AIA con tempi superiori ai 90 giorni. Inoltre, la Valutazione di impatto sanitario (Vis) è parte integrante dell’AIA del 4 agosto 2025, e una nota del 26 febbraio 2026 ha sollevato richieste di approfondimento su specifici aspetti della prescrizione n.2. È stato avviato un tavolo tecnico con ISS, Mase e altri enti competenti.
Il 8 settembre, il Governo ha convocato tre incontri a Palazzo Chigi con enti locali, associazioni delle imprese e sindacati per discutere la situazione. Nel frattempo, il numero dei lavoratori potenzialmente interessati dalla fermata è in aumento: 28 imprese associate ad Aigi hanno annunciato circa 2.500 licenziamenti collettivi, mentre Confapi prevede un incremento di circa 1.700 unità tra licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione, senza aver però attivato le procedure. Aigi ha convocato i sindacati per il 10 settembre per discutere dei 2.500 licenziamenti previsti.
